domenica 29 marzo 2020

L'ARTE: VEICOLO DELLA COMPASSIONE





“Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci e veniva verso il convoglio una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione e da un languore mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta…”  da I promessi sposi, di A. Manzoni, cap. XXXIV.


Sfido chiunque abbia letto una volta il brano sopra appena accennato (dico letto davvero, non studiato freddamente o peggio distrattamente al tempo dello studio liceale) a negare di aver provato una "qualche" commozione davanti alla scena descritta dal nostro Manzoni con la consueta delicatezza che sorprendentemente accompagna sempre le sue accurate analisi. 
Una delle tante gemme incastonate nel più grande romanzo della letteratura italiana. Personalmente ho letto davvero e riscoperto il romanzo ben oltre i miei trent'anni e me ne sono innamorato.
Tra le tante virtù che si possono attribuire al testo, ad onore del suo grande autore, mi piace sottolinearne una in particolare, che mi ritorna in mente proprio in questo nostro tempo di quaresima integrale e profonda: l'attitudine a produrre "commozione", termine che mostra l'effetto visibile di quella emozione forte che chiamiamo "compassione": davanti alla scena dolorosa il cuore si turba, la sensibilità si acuisce nel partecipare, nel condividere, quasi nel "vivere insieme" al protagonista il dolore e la sua causa. Questo mi sembra uno dei migliori doni che ci può regalare la vera arte.   

martedì 17 marzo 2020

                DEMOCRAZIA E SALUTE PUBBLICA



E’ apparso su La Repubblica del 15 marzo scorso un articolo a firma Piero Ignazi, laureato in Scienza della Politica ed oggi chiarissimo docente di Politica comparata nonché di Relazioni Internazionali. L’illustre articolista non è, quindi, né un giurista né un costituzionalista, ma è pur sempre uno studioso che con la regolamentazione dei diritti e delle libertà dovrebbe aver avuto a che fare e sarà senz’altro degnissima persona. Peccato, tuttavia, che nel commentare le recenti misure urgenti disposte dal Presidente del Consiglio dei Ministri per il contenimento del contagio da coronavirus, sembri aver perso la testa.
Contesta, infatti, la correttezza costituzionale del provvedimento, sostenendo che l’art. 16 cost. (ogni cittadino può circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza) vada interpretato, in base a un ipotetico pensiero autentico dei padri costituenti, solo nel senso dell’applicabilità a “situazioni circoscritte geograficamente e non per l’intera nazione”.
Asserisce, poi, che le misure italiane siano analoghe a quelle adottate in Cina e teme che le misure stesse “spingano al limite estremo il potere dello Stato sui cittadini”.
Afferma, inoltre, che tale situazione introduce “il sottile veleno” che porta ad invocare uno Stato “forte ed etico” (che provveda per tutti) e che nel nostro Paese la cultura liberale è debole mentre forte sembra il richiamo a regimi autoritari.
Conclude, infine, invocando che le misure stesse (analoghe a un coprifuoco) siano solo temporanee, non prorogabili e irripetibili in quanto intaccano i diritti personali.
La follia di tali affermazioni (questa sì, sperabilmente temporanea), gravi anche per la loro diffusione a mezzo stampa, è dimostrata dalle alcune semplici considerazioni.
L’interpretazione restrittiva dell’art. 16 è del tutto priva di fondamento, non potendosi trarre né dalla lettera né dal richiamo al “pensiero autentico” dei costituenti, dal momento che, a tutto concedere, l’evoluzione dei fenomeni politici, sociali, tecnologici e naturali intervenuta nell’arco degli ultimi 70 anni rende ovvia un’applicazione coerente con l’attuale situazione ampiamente modificata (il mondo è un villaggio globale e ne vedremo presto le conseguenze).
Considerare le misure adottate in Italia (e le modalità con cui sono state adottate) analoghe a quelle gestite in Cina è palesemente contrario alla realtà: in quel Paese, enorme e con un regime – come il professore stesso dice – totalitario, sono state adottate in un lampo e senza discussione misure estreme (neanche il lavoro è stato salvato), mentre da noi, proprio perché siamo un Paese democratico e avvezzo a coniugare e conciliare interessi molteplici, diversi e spesso contrapposti, si è dovuto valutare bene e cercare di condividere al massimo le misure da adottare. Il professore finge di non sapere che il Presidente Conte è stato ed è fortemente contestato proprio per la “lentezza” e la “limitata” portata dei provvedimenti presi, che soltanto gradualmente e in conseguenza della forza progressivamente dirompente dell’emergenza, si sono estese e non ancora comunque ai livelli “cinesi”.
La vis polemica e politica del prof. Ignazi, acceso e lodevolmente sostenitore della democrazia liberale, lo ha portato a travisare la realtà, a ignorare la singolarità e l’enormità del problema che stiamo affrontando, grazie a Dio, con la partecipazione di tutti, dal Governo alle forze politiche (ancorché sempre portate a tirar l’acqua verso il proprio mulino), dagli esperti sanitari ai medici e ai loro assistenti di vario ruolo, ai milioni di lavoratori e alla stragrande parte della popolazione.
Se in una situazione come questa – che assomiglia molto, per chi non lo avesse capito, ad una guerra difensiva - si sente la necessità di tirar fuori discorsi che inneggiano al più puro e folle liberalismo – l’individuo è tutto e tutto può fare da sé, lo stesso principio che consente agli americani di rinnegare lo Stato e di farsi giustizia da sé – che è alla base della disgregazione del concetto stesso di società come comunità organizzata, dove diritti e doveri si contemperano senza mai sovrapporsi, vuol dire che si è davvero fuori di testa. Non abbiamo bisogno di nuovi Boris Johnson, propugnatori della legge dalla giungla e della selezione naturale.
Il professore si tranquillizzi, la democrazia in Italia è più forte di quanto lui pensi.