domenica 29 marzo 2020

L'ARTE: VEICOLO DELLA COMPASSIONE





“Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci e veniva verso il convoglio una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione e da un languore mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta…”  da I promessi sposi, di A. Manzoni, cap. XXXIV.


Sfido chiunque abbia letto una volta il brano sopra appena accennato (dico letto davvero, non studiato freddamente o peggio distrattamente al tempo dello studio liceale) a negare di aver provato una "qualche" commozione davanti alla scena descritta dal nostro Manzoni con la consueta delicatezza che sorprendentemente accompagna sempre le sue accurate analisi. 
Una delle tante gemme incastonate nel più grande romanzo della letteratura italiana. Personalmente ho letto davvero e riscoperto il romanzo ben oltre i miei trent'anni e me ne sono innamorato.
Tra le tante virtù che si possono attribuire al testo, ad onore del suo grande autore, mi piace sottolinearne una in particolare, che mi ritorna in mente proprio in questo nostro tempo di quaresima integrale e profonda: l'attitudine a produrre "commozione", termine che mostra l'effetto visibile di quella emozione forte che chiamiamo "compassione": davanti alla scena dolorosa il cuore si turba, la sensibilità si acuisce nel partecipare, nel condividere, quasi nel "vivere insieme" al protagonista il dolore e la sua causa. Questo mi sembra uno dei migliori doni che ci può regalare la vera arte.   

Nessun commento:

Posta un commento