DEMOCRAZIA E SALUTE PUBBLICA
E’ apparso su La Repubblica del 15 marzo scorso un articolo a
firma Piero Ignazi, laureato in Scienza della Politica ed oggi chiarissimo
docente di Politica comparata nonché di Relazioni Internazionali. L’illustre
articolista non è, quindi, né un giurista né un costituzionalista, ma è pur
sempre uno studioso che con la regolamentazione dei diritti e delle libertà
dovrebbe aver avuto a che fare e sarà senz’altro degnissima persona. Peccato,
tuttavia, che nel commentare le recenti misure urgenti disposte dal Presidente
del Consiglio dei Ministri per il contenimento del contagio da coronavirus, sembri
aver perso la testa.
Contesta, infatti, la correttezza costituzionale del
provvedimento, sostenendo che l’art. 16 cost. (ogni cittadino può circolare
liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le
limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o
di sicurezza) vada interpretato, in base a un ipotetico pensiero autentico
dei padri costituenti, solo nel senso dell’applicabilità a “situazioni
circoscritte geograficamente e non per l’intera nazione”.
Asserisce, poi, che le misure italiane siano analoghe a
quelle adottate in Cina e teme che le misure stesse “spingano al limite estremo
il potere dello Stato sui cittadini”.
Afferma, inoltre, che tale situazione introduce “il sottile veleno”
che porta ad invocare uno Stato “forte ed etico” (che provveda per tutti)
e che nel nostro Paese la cultura liberale è debole mentre forte sembra il
richiamo a regimi autoritari.
Conclude, infine, invocando che le misure stesse (analoghe a
un coprifuoco) siano solo temporanee, non prorogabili e irripetibili in quanto
intaccano i diritti personali.
La follia di tali affermazioni (questa sì, sperabilmente
temporanea), gravi anche per la loro diffusione a mezzo stampa, è dimostrata
dalle alcune semplici considerazioni.
L’interpretazione restrittiva dell’art. 16 è del tutto priva di fondamento, non potendosi trarre né dalla lettera né dal richiamo
al “pensiero autentico” dei costituenti, dal momento che, a tutto concedere, l’evoluzione dei fenomeni politici, sociali, tecnologici e naturali intervenuta nell’arco degli ultimi 70 anni rende ovvia un’applicazione coerente con
l’attuale situazione ampiamente modificata (il mondo è un villaggio globale e ne vedremo presto le
conseguenze).
Considerare le misure adottate in Italia (e le modalità con
cui sono state adottate) analoghe a quelle gestite in Cina è palesemente
contrario alla realtà: in quel Paese, enorme e con un regime – come il
professore stesso dice – totalitario, sono state adottate in un lampo e senza
discussione misure estreme (neanche il lavoro è stato salvato), mentre da noi,
proprio perché siamo un Paese democratico e avvezzo a coniugare e conciliare
interessi molteplici, diversi e spesso contrapposti, si è dovuto valutare bene e
cercare di condividere al massimo le misure da adottare. Il professore finge di
non sapere che il Presidente Conte è stato ed è fortemente contestato proprio
per la “lentezza” e la “limitata” portata dei provvedimenti presi, che soltanto
gradualmente e in conseguenza della forza progressivamente dirompente
dell’emergenza, si sono estese e non ancora comunque ai livelli “cinesi”.
La vis polemica e politica del prof. Ignazi, acceso e
lodevolmente sostenitore della democrazia liberale, lo ha portato a travisare
la realtà, a ignorare la singolarità e l’enormità del problema che stiamo
affrontando, grazie a Dio, con la partecipazione di tutti, dal Governo alle forze politiche
(ancorché sempre portate a tirar l’acqua verso il proprio mulino), dagli
esperti sanitari ai medici e ai loro assistenti di vario ruolo, ai milioni di
lavoratori e alla stragrande parte della popolazione.
Se in una situazione come questa – che assomiglia molto, per
chi non lo avesse capito, ad una guerra difensiva - si sente la necessità di
tirar fuori discorsi che inneggiano al più puro e folle liberalismo – l’individuo
è tutto e tutto può fare da sé, lo stesso principio che consente agli americani
di rinnegare lo Stato e di farsi giustizia da sé – che è alla base della
disgregazione del concetto stesso di società come comunità organizzata, dove
diritti e doveri si contemperano senza mai sovrapporsi, vuol dire che si è
davvero fuori di testa. Non abbiamo bisogno di nuovi Boris Johnson,
propugnatori della legge dalla giungla e della selezione naturale.
Il professore si tranquillizzi, la democrazia in
Italia è più forte di quanto lui pensi.
MEGLIO L'ANARCHIA O IL LIBERISMO SFRENATO? CHE DIFFERENZA C'E' NEI RISULTATI FINALI? FORSE NESSUNA. VIAGGIANO SU BINARI COSI' NON PARALLELI DA NAUFRAGARE NEL CAOS DELL'UTOPIA
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