sabato 25 aprile 2020

Il 25 aprile è una festa "divisiva"?

La festa del 25 aprile è divisiva? Oggettivamente oggi sembra proprio di sì. C’è da dire, tuttavia, che la festa nasce fin dall’inizio divisiva, nel senso che la gente del sud è stata liberata senza particolari traumi ben prima del 25 aprile 1945: nel sud, almeno fino a Cassino e poi a Roma, gli Alleati conquistarono facilmente il territorio e non fu necessario approntare una lotta parallela, quella che appunto al nord divenne la Resistenza. Riesce, quindi, difficile per la gente del sud “sentire” davvero quella festa, specie se collegata con una lotta partigiana ad essi sconosciuta, a meno che non si siano lette, studiate e capite – a scuola o altrove - le motivazioni e le condizioni in cui quella lotta storicamente si verificò e quindi anche il significato ideale di quella data. Viceversa, a nord della linea gotica dove rimasero attestati i tedeschi per almeno un anno e mezzo e dove si costituì la Repubblica di Salò, molti si trovarono a dover scegliere, senza mezzi termini, se partecipare alla prosecuzione della guerra a favore dei regimi nazifascisti ovvero unirsi a quella lotta partigiana che era già ampiamente diffusa in Francia, in Olanda, in Scandinavia e nei Balcani, per la demolizione di quei regimi nelle proprie nazioni e in tutta Europa: e nella scelta per la lotta clandestina si ritrovarono ex militari fedeli alla monarchia, liberali, cattolici, repubblicani, socialisti e comunisti. Appare chiaro, allora, che quella festa – riferita al giorno della “insurrezione generale” proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale e del conseguente crollo della Wermacht in Italia – sia particolarmente sentita tra le genti del nord che hanno vissuto sulla propria pelle quelle drammatiche vicende (comprese le rappresaglie e i massacri compiuti dai nazifascisti, tragedie che hanno generato, per reazione dopo la Liberazione, vendette talora anche atroci e immotivate da parte dei vincitori).
Ma questa divisione di tipo “storico-territoriale” sembra oggi superata e stravolta da un’altra divisione, di tipo squisitamente “politico”: a partire da circa un trentennio si è verificata una sensibile crescita dell’indifferenza nella popolazione, accompagnata - da parte delle forze politiche di destra - dall’insofferenza o da una vera e propria voglia di demolizione di ogni ideale legato alla data del 25 aprile. Le argomentazioni più serie che supportano queste tendenze ormai consolidate si possono riassumere in: eccesso di egemonia culturale politica esercitata nella prima repubblica dalle forze di sinistra che avrebbero pertanto “monopolizzato” la stessa lotta partigiana “facendola cosa propria” e, d'altra parte, la revisione di quel periodo storico nel senso della sua riqualificazione come “guerra civile” tra italiani appartenenti a ideali diversi e contrapposti, ma entrambi degni di stima storica e morale; guerra comunque da non festeggiare.
Sulla prima argomentazione si può serenamente essere d’accordo, anche se mi vien fatto di pensare che, considerate le condizioni ampiamente democratiche e liberali vigenti all’epoca, se davvero c’è stata una progressiva egemonia culturale della sinistra vuol dire che la cultura opposta risultava debole o inconsistente. Quanto alla rivisitazione del periodo storico 1943/45 la tesi della guerra civile non regge molto, a mio parere, perché presuppone che la scelta per la R.S.I. potesse essere davvero “libera”, malgrado i tedeschi alle costole e le punizioni mortali in caso diverso, a prescindere da quella parte di italiani visceralmente legati al fascismo e a Mussolini.
Concludo con la considerazione che, purtroppo, la tanto attesa e desiderata “polarizzazione” tra due soli forti concorrenti o schieramenti contrapposti, visceralmente contrari l’uno all’altro a prescindere dalle “cose da fare” (sulle quali magari potrebbero anche essere d’accordo), non aiuta a creare climi di conciliazione su di una festa che di per sé stessa dovrebbe vedere tutti d’accordo: la libertà in Italia è libertà di tutti, sia dei comunisti sia dei fascisti, e tutti dovrebbero festeggiarla con profonda partecipazione.

sabato 18 aprile 2020

IL FANATISMO

Sappiamo benissimo quanto sia deleterio o addirittura letale il fanatismo religioso, ma non possiamo sottovalutare quello "politico". Posso capire che ogni aggregazione che esprima un movimento e/o partito politico debba avere delle convinzioni di fondo che sorreggano quella aggregazione in vista di obiettivi di medio-lungo periodo, ma so per certo che l'attività politica si realizza seriamente attraverso una continua interpretazione delle variabili economiche e sociali che si manifestano storicamente, oggi quasi di mese in mese data la volatilità e la mutevolezza dello scenario in cui viviamo. Le più recenti votazioni in sede istituzionale europea ha visto il Movimento 5 Stelle scompaginarsi e sostanzialmente votare contro ipotesi di intervento economico che chiunque abbia un briciolo di cervello avrebbe sottoscritto di corsa, specie se in affanno e in emergenza come lo siamo in Italia (purtroppo spesso). La ridicola lotta ad ogni costo contro un meccanismo che comprende molti sottomeccanismi diversi e comunque almeno uno di questi in grado di aiutarci, ha portato i nostri "autorevoli" co-governanti a votare contro: probabilmente convinti anche dal fatto che Berlusconi e la Merkel invece lo appoggiassero. Vale a dire: non valuto un provvedimento in base a  quello che è e che può darmi, ma in base a chi altro lo vota. Alla faccia dell'autonoma valutazione, si preferisce fare sempre il contrario di quello che fa chi viene giudicato come l'avversario per antonomasia. Complimenti! Eppure nel Movimento ci sono alcune - poche - persone che un po' di cervello e di preparazione ce l'hanno, ma vedo che sono sempre in seconda o terza fila.... 

venerdì 17 aprile 2020

In fuga dall'odio



La violenza su altri esseri viventi dimostra sempre una grave insensibilità e mancanza di rispetto e di empatia o, infine, di compassione verso la propria o le proprie vittime. Detto così sembra che l'esercizio della violenza costituisca un caso, o un'eccezione rispetto al normale comportamento umano. In realtà la violenza fa parte integrante della natura di tutti gli esseri viventi per la semplice ragione che serve per procurarsi le risorse necessarie alla propria sopravvivenza. Ogni essere umano è capace di fare violenza, per mangiare (ora sempre meno), per difendere sé stesso o i propri cari o la propria comunità, e fin qui sembra tutto accettabile. Ma si può fare violenza anche per difendere il proprio "onore", l'immagine del proprio sè dominante, giungendo fino all'odio più o meno "freddo" che distingue la violenza verso altri esseri ritenuti portatori di negatività e infine per la semplice necessità di soddisfare il proprio egoistico piacere. 
La storia proposta nel testo "In fuga dall'odio" si occupa di una complessa vicenda di violenze: una ragazza che vuole sfuggire al dominio e alle sevizie del suo compagno - ora vissuto come ex -  si incrocia casualmente con un giovane frate - in crisi di identità - a sua volta implicato in trame di violenza (vittima o carnefice, si scoprirà alla fine). Nella vicenda si intrecciano odio, fanatismo, compassione e solidarietà, nelle imprevedibili combinazioni della vita.

Disponibile su Amazon, anche in versione e.book.

lunedì 6 aprile 2020

Della serie "l'arte educa alla compassione"

 "Ai piedi del letto, convulsa da tutti gli aliti di quell'agonia, senza piangere ma apparendo a tratti madida di lagrime, mia madre aveva la desolazione senza pensiero di una fronda frustata dalla pioggia e sbattuta dal vento. Mi dissero di asciugarmi gli occhi prima di andare a baciare la nonna." (M. Proust, I Guermantes, capitolo sulla morte della nonna - Alla ricerca del tempo perduto).
Nel brano citato vedo quattro attori: il lettore, che riscopre e ripensa sentimenti provati nella sua vita, il ragazzino ora narratore puntuale di quella sua esperienza, la madre ma anche figlia distrutta dal dolore e la nonna, giunta alla fine della sua agonia. Ma almeno lei ha potuto sentire, pur nell'incoscienza, il conforto dei suoi più cari affetti.