La festa del 25 aprile è divisiva? Oggettivamente oggi sembra
proprio di sì. C’è da dire, tuttavia, che la festa nasce fin dall’inizio
divisiva, nel senso che la gente del sud è stata liberata senza particolari
traumi ben prima del 25 aprile 1945: nel sud, almeno fino a Cassino e poi a
Roma, gli Alleati conquistarono facilmente il territorio e non fu necessario
approntare una lotta parallela, quella che appunto al nord divenne la
Resistenza. Riesce, quindi, difficile per la gente del sud “sentire” davvero
quella festa, specie se collegata con una lotta partigiana ad essi sconosciuta,
a meno che non si siano lette, studiate e capite – a scuola o altrove - le
motivazioni e le condizioni in cui quella lotta storicamente si verificò e
quindi anche il significato ideale di quella data. Viceversa, a nord della
linea gotica dove rimasero attestati i tedeschi per almeno un anno e mezzo e
dove si costituì la Repubblica di Salò, molti si trovarono a dover scegliere,
senza mezzi termini, se partecipare alla prosecuzione della guerra a favore dei
regimi nazifascisti ovvero unirsi a quella lotta partigiana che era già ampiamente diffusa
in Francia, in Olanda, in Scandinavia e nei Balcani, per la demolizione di quei
regimi nelle proprie nazioni e in tutta Europa: e nella scelta per la lotta
clandestina si ritrovarono ex militari fedeli alla monarchia, liberali,
cattolici, repubblicani, socialisti e comunisti. Appare chiaro, allora, che
quella festa – riferita al giorno della “insurrezione generale” proclamata dal
Comitato di Liberazione Nazionale e del conseguente crollo della Wermacht in
Italia – sia particolarmente sentita tra le genti del nord che hanno vissuto
sulla propria pelle quelle drammatiche vicende (comprese le rappresaglie e i
massacri compiuti dai nazifascisti, tragedie che hanno generato, per reazione
dopo la Liberazione, vendette talora anche atroci e immotivate da parte dei
vincitori).
Ma questa divisione di tipo “storico-territoriale” sembra
oggi superata e stravolta da un’altra divisione, di tipo squisitamente
“politico”: a partire da circa un trentennio si è verificata una sensibile
crescita dell’indifferenza nella popolazione, accompagnata - da parte delle
forze politiche di destra - dall’insofferenza o da una vera e propria voglia di
demolizione di ogni ideale legato alla data del 25 aprile. Le argomentazioni più
serie che supportano queste tendenze ormai consolidate si possono riassumere
in: eccesso di egemonia culturale politica esercitata nella prima repubblica
dalle forze di sinistra che avrebbero pertanto “monopolizzato” la stessa lotta
partigiana “facendola cosa propria” e, d'altra parte, la revisione di quel periodo storico nel
senso della sua riqualificazione come “guerra civile” tra italiani appartenenti a ideali
diversi e contrapposti, ma entrambi degni di stima storica e morale; guerra comunque da non festeggiare.
Sulla prima argomentazione si può serenamente essere
d’accordo, anche se mi vien fatto di pensare che, considerate le condizioni
ampiamente democratiche e liberali vigenti all’epoca, se davvero c’è stata una
progressiva egemonia culturale della sinistra vuol dire che la cultura opposta
risultava debole o inconsistente. Quanto alla rivisitazione del periodo storico
1943/45 la tesi della guerra civile non regge molto, a mio parere, perché
presuppone che la scelta per la R.S.I. potesse essere davvero “libera”,
malgrado i tedeschi alle costole e le punizioni mortali in caso diverso, a
prescindere da quella parte di italiani visceralmente legati al
fascismo e a Mussolini.
Concludo con la considerazione che, purtroppo, la tanto
attesa e desiderata “polarizzazione” tra due soli forti concorrenti o
schieramenti contrapposti, visceralmente contrari l’uno all’altro a prescindere
dalle “cose da fare” (sulle quali magari potrebbero anche essere d’accordo),
non aiuta a creare climi di conciliazione su di una festa che di per sé stessa
dovrebbe vedere tutti d’accordo: la libertà in Italia è libertà di tutti, sia
dei comunisti sia dei fascisti, e tutti dovrebbero festeggiarla con profonda
partecipazione.
